Leonardo sensei

Pasquale_RobustiniIl giorno prima di scrivere questo articolo ho ricevuto una grande lezione di Aikido dal mio maestro.

Chi mi conosce sarà sorpreso da questa mia affermazione. Non uso il titolo di maestro, non voglio essere chiamato così e, come ho già scritto in precedenza, ritengo che una persona, per essere nostro maestro, debba avere almeno l’età per essere nostro genitore. Quindi sono nella situazione di non avere, in questo senso, maestri di Aikido, visto che chi seguo non potrebbe essere mio padre. Però, qualche anno fa ho avuto modo di scoprire che il concetto può anche essere invertito: si può e si deve imparare molto anche da chi ha l’età per poter essere nostro figlio, specie se proprio di nostro figlio si tratta.

Amici che erano diventati genitori ben prima di me, mi avevano detto che stavano imparando tante cose dai propri figli. Allora non potevo capire. Non che non ci credessi, ma se non ci capita davvero è difficile immaginarlo. Quando conobbi colei che è oggi mia moglie e madre di nostro figlio, per via della mia passione per l’Aikido usava chiamarmi affettuosamente Pasquale-san. Per ricambiarla mi riferivo a lei come Luisa-sama. Adesso che capisco molto di più, chiamo spesso mio figlio Leonardo-sensei.

Quel famoso giorno avevamo un problema molto comune nelle famiglie moderne. Il bambino non aveva scuola, entrambi i genitori dovevano andare al lavoro. Soluzione tipica: lasciare il bimbo coi nonni. Il problema era che il papà avrebbe anche dovuto condurre l’allenamento di Aikido in serata e non aveva sostituti disponibili. Che fare? Lasciare il bimbo dai nonni sapendo che mi aspettava con ansia per tornare a casa sua? O annullare la lezione per cause di forza maggiore? Certo, dà fastidio, visto che mi pagano per esserci. E poi sapevo pure che sarebbero venute persone a vedere l’Aikido, un’occasione di acquisire nuovi praticanti e far crescere il corso. Ero un egoista a pensare di far stare il mio bimbo di 3 anni e mezzo più di 24 ore coi nonni per ragioni di tatami? Ed i nonni non erano stanchi di stargli appresso dalla mattina? Magari mi aspettavano con ansia anche loro… Sembrava davvero difficile fare la scelta giusta. Forse frequentare un corso di arti marziali mi avrebbe aiutato ad essere più deciso in questi casi… 😉

fotoAlla fine sono andato a prendere mio figlio, ci siamo messi in macchina e gli ho spiegato la situazione. Gli ho semplicemente chiesto se gli andava di accompagnarmi al dojo, di giocare sul tatami mentre io facevo Aikido. Non gli ho imposto il volere dei grandi: papà ha bisogno di fare questo, quindi tu stai buono lì e non protestare. L’ho trattato da pari, gli ho chiesto il favore. Un bambino ha tutti gli strumenti per capire e lui ha capito ed accettato. E’ stato contento di fare questa cosa nuova col papà, per giunta dopo la nuova esperienza di una notte fuori casa ed una giornata intera senza i genitori. Roba da grandi! Era anche orgoglioso di stare col papà nello spogliatoio dei maschi. Si è divertito molto a giocare con i suoi trenini a lato del tatami e si è pure tolto le scarpe quando ha poi deciso che sarebbe stato divertente salire a giocare sul tatami. Nel mentre, io potevo dare la giusta ricompensa all’unica praticante che quel giorno era riuscita a venire al dojo, facendola allenare con me comunque. E pensare che avevo previsto di guidare l’allenamento un po’ in disparte, per l’occasione, in modo da non aver bisogno di fare la doccia e andar via di corsa. Che mancanza di fiducia verso il mio piccoletto! Quando poi si sono presentate le persone interessate a vedere l’Aikido ho dovuto impegnarmi sul serio e sudare per dimostrarglielo. La presenza del bimbo che ormai correva spensierato sul tatami è stato anche un diversivo divertente, sia per me e la praticante che per gli spettatori. Alla fine si è esibito in ottime tecniche in hanmi handachi waza: era seduto in ginocchio come per i bimbi è naturale e per scherzo io andavo a prendergli le due braccine “attaccandolo” in ryotedori. E lui ridendo muoveva le braccine facendomi ruzzolare sul tatami felicemente. Da notare è che quando lo “attaccavo”, Leo istintivamente frapponeva tra lui e me le sue mani all’altezza della testolina ed io a quell’altezza effettuavo la presa. Accade spesso che, in quella posizione, navigati tori tengano le mani all’altezza della cintura come se fossero in piedi, abituati come sono al tachi waza. E gli uke ancor più inopportunamente si piegano in due per prendergli i polsi, falsando la tecnica. Non mi sto vantando delle abilità aikidoistiche di mio figlio o della accuratezza dei miei insegnamenti (non insegno poi certo Aikido a mio figlio di tre anni); voglio solo sottolineare come l’Aikido sia una cosa molto più naturale di quello che pensiamo, tanto che i bambini sono in grado di effettuare certi movimenti istintivamente, capacità che noi abbiamo perso “crescendo”. Per completare la lezione di vita, Leonardo-sensei mi ha anche aspettato mentre facevo la doccia, giocando coi trenini sulle panchine degli spogliatoi, sereno e tranquillo come purtroppo non avrei immaginato. E mi ha fatto pure guadagnare altri 4 praticanti! Domo arigato gozaimashita, sensei.

senseiSono ormai noti i problemi di utilizzo della parola giapponese “sensei” nelle arti marziali, forse piuttosto abusata, almeno in generale. La traduzione in italiano suona come “insegnante” ed in Giappone si utilizza per riferirsi a chiunque insegni qualcosa (ad esempio il ricamo), ma non è un titolo onorifico con cui fregiarsi. In italiano diamo spesso al termine maestro un significato onorifico, anche se molte volte indica semplicemente una persona molto abile o molto esperta in un certo campo. Il problema nelle arti marziali è secondo me l’idea di superiorità che questo “titolo” spesso sottintende. Se un maestro di arti marziali, inteso come maestro di Budo, quindi di Via, ha una età, quindi un’esperienza, tale da poter davvero insegnare la vita ad un allievo, egli sa bene che è solo più avanti nella Via rispetto all’allievo. Non gli è superiore in alcun modo. Può mostragli la Via e dargli gli strumenti per percorrerla ricorrendo al suo esempio, mostrandogli come egli fa, non come va fatto. E l’allievo potrà, se vorrà, usare quell’esempio come modello da seguire o da evitare, facendone così uno strumento per la propria crescita. Questo è insegnare ed il concetto base vale sia nel rapporto genitore-figlio che in quello insegnante-allievo.

Si tratta di educazione (da ex ducere: portare fuori) ed è un processo assolutamente orizzontale, da pari a pari. Lo scambio è reciproco: mentre chi è più avanti nella via “passa informazioni utili” a chi comincia a percorrerla, egli impara moltissimo anche da quest’ultimo. L’educazione, l’insegnamento, non sono processi verticali, in particolare non c’è niente che vada dall’alto verso il basso. Quel giorno ho chiesto la collaborazione di mio figlio, l’ho coinvolto, non gli ho ordinato di fare questa cosa senza dare spiegazioni “dato che lui è piccolo e non può capire”. Con un adulto avrei fatto così, non gli avrei detto certo: adesso tu vieni con me al dojo e non rompermi le scatole. Se ci dà fastidio che nessuno più si fermi alle strisce per far attraversare i pedoni, la soluzione non è minacciare di sequestro dell’auto chiunque non si fermi, o inveire violentemente contro i contravventori, immaginando che la prossima volta si comporteranno bene per paura della ritorsione. Per cambiare le cose bisogna sempre cominciare da noi stessi, fermandoci noi alle strisce per far passare i pedoni, sempre. Qualcuno prima o poi lo noterà, ci penserà e magari lo farà a sua volta, contagiando qualcun altro. Ci vuole tempo per cambiare le cose, ma con l’imposizione e la paura non si ottiene nulla. Con l’esempio, il giusto atteggiamento, magari il messaggio arriva. Come educatori non dobbiamo far nulla, non dobbiamo imporre nulla, a parte le regole di sicurezza, di civile convivenza. Per il resto dobbiamo solo fare, mostrare, “essere”. Ma solo da pari a pari. Solo se riusciamo a porci in una posizione di uguaglianza con chi vogliamo educare possiamo usufruire anche noi delle immense possibilità di crescita che l’insegnamento offre. E diventare genitori è una occasione gigantesca per crescere ed imparare grazie ai nostri figli, mentre li educhiamo. Se ci ponessimo in una situazione di superiorità rispetto a un figlio o un allievo non gli insegneremmo altro che sottomissione, paura, che è una cosa che con il rispetto non ha nulla a che vedere. Purtroppo nella nostra società, sempre più spesso si è portati a credere che il rispetto venga dalla paura. Niente di più falso e pericoloso. Se ottenessimo l’obbedienza (che brutta parola) da un figlio o un allievo avremmo solo ottenuto la sua sottomissione, non il suo rispetto. Gli avremmo insegnato la paura, non la libertà. Come genitori dobbiamo dare ai nostri figli gli strumenti per vivere, liberi di essere quello che vogliono, non sottomessi ad accettare le regole passivamente. Come insegnanti di arti marziali, dobbiamo dare agli allievi gli strumenti per essere liberi di trovare loro stessi il modo che meglio si adatta loro per seguire la Via. Altrimenti creeremo dei frustrati nella vita, piegati alle regole del consumismo sfrenato per cui avere è più importante di essere, o dei nostri cloni che sul tatami si muovono esattamente come noi, conoscono a memoria tutte le forme ma non sanno che farne, legati al raggiungimento del grado e del titolo onorifico.