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Perché i gradi Aikikai

aikikai logoIl 29 marzo 2014, durante il suo stage a Roma, ho ricevuto dalle mani di Philippe Gouttard il mio diploma di 3° dan Aikikai di Tokyo.

E allora?

Infatti, niente di particolarmente speciale, di 3° dan, Aikikai e non, siamo una marea. Hai voglia ancora a camminare…

E poi, come tutti sanno benissimo, basta pagare, un modo per avere i gradi da Tokyo lo si trova.

Vorrei solo buttar giù qualche riflessione sui gradi (Aikikai in particolare) e il loro significato.

E’ da qualche tempo che si fa un gran parlare del riconoscimento da parte dell’Hombu Dojo di Tokyo dei gradi nostrani, anche di quelli non rilasciati dall’Aikikai d’Italia: ome fare per ottenerlo? Quanto costa? Chi ci guadagna? E’ giusto o no?

I canali per ottenere il riconoscimento sono vari. Detto riconoscimento non è un obbligo ma una opzione in più, che non tutti sono obbligati a scegliere. Data la disponibilità dei “canali”, l’unico problema è il tempo (se se ne vuole fare un problema) e il denaro. In pratica, chi ha voglia di pagare l’Aikikai di Tokyo, in un modo o nell’altro il diploma lo ottiene.

diplomahombudojoMa ha senso pagare per avere un grado? Perché dovrei spendere i miei soldi per un diplomino giapponese e per il diritto di scrivere accanto al mio grado le parole altisonanti “…Aikikai di Tokyo”?

Ognuno è libero di scegliere. Si può fare benissimo a meno dei gradi giapponesi, soprattutto perché non attestano certamente una maggiore preparazione in Aikido rispetto al grado nazionale.

E’ chiaro che potrebbe benissimo esistere un praticante meraviglioso che non ha mai avuto voglia di dare esami e che fa vedere i “sorci verdi” sul tatami ad un 4° dan Aikikai di Tokyo. Non dovrebbe esserci niente di strano in questo, ma i novizi in particolar modo sono portati spesso a confrontare tecnicamente due pari grado e rimanere sorpresi delle differenze, a volte enormi. Infatti il grado rispecchia un percorso effettuato dal praticante, non la sua caratura tecnica. E’ più legato al tempo investito nella pratica che al progresso in sé. Se arrivo al 2° dan a 40 anni ed un altro ci arriva a 20, una differenza tra i due ci sarà. Il 2° dan ventenne sarà premiato magari per le sue caratteristiche di velocità, abilità, potenza, agilità, ecc; il quarantenne non potrà certo esprimere quelle qualità allo stesso modo, ma avrà investito molto per arrivare a quel punto, forse anche più del ventenne, avendo magari dovuto trovare il tempo di allenarsi nonostante gli impegni di lavoro e di famiglia. Tutto questo va considerato ed eventualmente premiato da chi assegna i dan.

Resta il fatto che nel nostro paese si può fondare una associazione sportiva dilettantistica e decretare nello statuto che l’assegnazione dei dan è a discezione dell’associazione soltanto, dandosi magari il 5° dan come fondatore e presidente. Poi ci si riserva di riconoscere o meno i gradi di praticanti di altre associazioni. E’ chiaro che se poi ci si confrontasse sul tappeto con un 5° dan “sudato” forse qualche differenza salterebbe all’occhio…

E allora cosa ha il grado giapponese di più?

In Italia, ma mi dicono anche in altri paesi, le associazioni proliferano. Accade spesso che, arrivati ad un certo livello dan, molti sentano il bisogno di essere indipendenti da certe autorità e fondino una nuova associazione dove si sentono liberi (o più liberi di prima) di effettuare il percorso che ritengono più giusto, ammesso che in questo abbiano dei seguaci. In alcuni casi si verificano “fuoriuscite” di insegnanti di un certo livello che non vedono riconosciuti i loro progressi nella associazione di appartenenza (non salgono di grado) o che comunque non si sentono liberi di esprimersi e così fondano un’associazione diversa (o entrano in una che conceda la progressione od altro) raggiungendo l’agognato grado o la desiderata libertà d’azione. Non dico che questo sia giusto o sbagliato (e che le motivazioni siano solo quelle), ma semplicemente che è un fenomeno che ha fatto moltiplicare il numero di associazioni, a volte disorientando non poco i neofiti che, come me, si sono ritrovati in certi casi con 4 o più budopass.

ueshibaNel il mio pensiero è stato “perché devo andare in giro con 4 budopass diversi?” Se ottenessi il riconoscimento del mio dan da Tokyo avrei il budopass internazionale, emesso dal quartier generale mondiale dell’Aikido, fondato da Ueshiba in persona allo scopo di diffonderlo nel mondo. Può essere questa, un riconoscimento super partes rispetto alla proliferazione di associazioni, la motivazione per pagare il riconoscimento dei miei gradi?

In parte.

Torniamo alle origini. Le arti marziali giapponesi, se si intendono come traduzione della parola Budo, erano focalizzate sul perfezionamento della persona nella sua interezza (mente, corpo e spirito) ed erano incentrate sulla figura del Maestro. Non esistevano federazioni o associazioni. Non c’erano commissioni che esaminavano i candidati per assegnare gradi. Solo il Maestro poteva decidere, capire, se l’allievo aveva fatto progressi lungo la Via. Alla fine del “rapporto”, se il Maestro riteneva che la sua conoscenza (badate bene, non solo tecnica) fosse stata trasmessa totalmente all’allievo, gli rilasciava un attestato formale (menkyo kaiden) che dichiarava l’allievo un nuovo Maestro. Questi avrebbe poi dovuto procedere da solo lungo la Via, alla ricerca di altri allievi da far crescere, a cui trasmettere il proprio sapere. In pratica lo lasciava andare.

Questo rapporto a due, strettamente personale ed intimo tra Maestro e discepolo non esiste quasi più nel Budo moderno. Probabilmente è utopia sperare di riportare le cose come erano. La realtà del dojo moderno è molto più burocratica. In tutta teoria, chi insegna dovrebbe avere una autorizzazione statale, dovrebbe poter attestare le sue competenze. Per far ciò deve necessariamente legarsi ad enti di promozione sportiva che forniscono i corsi e i relativi attestati che permettono all’insegnante di arti marziali di esercitare. Lo scopo primario dovrebbe essere quello di garantire agli iscritti ai corsi o ai loro genitori di non essere nelle mani di un ciarlatano. Di solito le conoscenze di base generiche per l’insegnamento di una disciplina sportiva vengono “garantite” dall’ente di promozione; quelle prettamente tipiche della singola disciplina vengono garantite da una associazione sportiva a cui l’insegnante è legato. E’ di solito questa l’associazione che rilascia i gradi, che in altre parole “si dà” la prerogativa di poter riconoscere il progresso tecnico di ogni iscritto (ed ormai, purtroppo troppo spesso al giorno d’oggi, tecnico e niente altro). Chi si iscrive riconosce implicitamente a chi è alto in grado nella associazione un valore tecnico marziale, altrimenti non vi si iscriverebbe. E’ un po’ come scegliere una associazione invece che il Maestro.

dojoMa la realtà delle cose è ancora un po’ diversa. La vera scelta è quella della “palestra” più comoda da raggiungere nell’orario delle lezioni. Niente di più. E il “Maestro”? Se ci va bene quello che insegna lì siamo a cavallo…

Se si è fortunati (?) si finisce nel dojo (o dovrei dire palestra?) di un “alto grado”, che ha lunga esperienza, diversi assistenti di grado dan e numerosi allievi di vario livello. Magari viaggia molto anche all’estero per tenere stage e non è sempre presente. O al contrario può capitare di incappare in insegnanti che hanno iniziato da poco e hanno pochi allievi, tutti agli inizi della carriera. In entrambi i casi ci sono i pro ed i contro, ma il più delle volte si tratta di un insegnante che si ispira, segue, “fa riferimento a” un alto rappresentante della disciplina in questione. La figura del maestro è oggi questa. A volte è a capo di una associazione, altre volte è straniero e viene nominato direttore tecnico della associazione, magari appositamente fondata per seguirlo.

Ed io il mio “Maestro” ce l’ho?

No. Il mio maestro dovrebbe avere più o meno l’età di mio padre, e non sono a contatto con aikidoka di quell’età che mi ispirino. Ce ne sono tanti ottimi, ma io non sono in diretto contatto con nessuno di loro. Chi mi ha insegnato l’Aikido è Valter Francia, due anni più grande di me. Senza di lui non sarei qui a scriverne, non praticherei Aikido e non lo insegnerei, ma non si può dire nel vero senso della parola che lui sia il mio Maestro. Grazie a lui ho conosciuto tanti insegnanti, anche stranieri, e mi sono pian piano fatto una mia idea su chi per me fosse il più “adatto”. Alla fine ho scelto la stessa persona che ha scelto lui: Philippe Gouttard.

A parte il fatto che Philippe Gouttard non ama farsi chiamare Maestro, almeno da chi non ha una differenza di età di una generazione minimo (ed io ho solo dieci anni in meno), è da qualche anno che lo seguo il più assiduamente possibile e lo ritengo il mio “maestro”, nel senso che faccio riferimento a lui, oltre che a Valter, per quel che riguarda il mio sviluppo futuro.

gouttardQualche anno fa partecipai ad uno stage di Philippe Gouttard a Dublino.
Alla fine tenne degli esami. Poi consegnò dei diplomi dell’Hombu Dojo di Tokyo ad alcuni suoi allievi. Pensai che forse la cosa più giusta sarebbe stata quella anche per me. Visto che era diventato l’insegnante da me più seguito, con notevole dispendio di tempo, energie e denaro, mi sembrava giusto ottenere da lui il riconoscimento della progressione, se proprio mi serviva.

tissierDa qualche tempo la mia associazione di appartenenza Progetto Aiki permetteva di accedere, previo il normale pagamento, al riconoscimento dei gradi dan presso l’Hombu Dojo a Tokyo.
Pensai: l’Hombu Dojo fu fondato da Ueshiba per diffondere l’Aikido nel mondo, io seguo un maestro francese che è un 6° dan dell’Hombu Dojo. Perché non prendere anch’io un grado da Tokyo?
Il tramite per prendere quei gradi era allora Christian Tissier.
Anch’io sono tra quelli che lo apprezzano, ma non lo seguo continuamente. Philippe Gouttard mi conosce molto meglio. Tissier non mi conosce affatto. Eppure dovetti ricevere il 1° dan Aikikai da Tissier.
Non che sia qualcosa di male, ci mancherebbe, ma non mi sembrava corretto. Sono un po’ di anni che per diverse vicissitudini, non riesco più a partecipare ad uno stage del Maestro Tissier, neanche nella mia città: la volta scorsa ero l’unico senza febbre in famiglia e non potei allontanarmi; quest’anno lo stage è stato rinviato in una data in cui avevo già pianificato un viaggio. Insomma, non credo che Tissier ricordi la mia faccia, infatti avevo la netta sensazione di essermi comprato il grado…

Adesso invece Philippe Gouttard fa parte della stessa associazione di cui faccio parte io, è insegnante ed esaminatore del Progetto Aiki.

D’ora in poi, per mia scelta, sarò esaminato da lui, lascio decidere lui – questo significa che potrei non passare l’esame!
Ma questo per me significa anche che se dovrò sborsare bei soldi per il grado giapponese, non sentirò di averlo comprato. E se metà dei soldi vanno a chi fa da tramite con l’Hombu Dojo, bene, visto che è il suo lavoro mi pare giusto pagarlo in modo che lui possa continuare a lavorare ed io a fruire del suo insegnamento. Altrimenti si può anche investire in un viaggio a Tokyo e pagare la quota dell’esame soltanto (oltre all’aereo e all’albergo).
Insomma, sento tutto più giusto, anche nei confronti del Maestro Tissier, che mi aveva firmato il grado senza sapere chi fossi (in realtà grazie alla fiducia nei miei confronti espressa dal Maestro Dellisanti che gli fa da tramite in questo e ringrazio).

Se è vero che il Maestro deve avere una generazione in più per poterlo essere, io non ho “Maestri” di Aikido, solo insegnanti, persone più avanti di me nel percorso (che poi è il vero significato della parola “Sensei”). Magari è pure meglio così…
seigo-philippeSta di fatto che oggi sono più tranquillo. Perché? Perché, avendo trovato l’insegnante che mi dà quello che cerco da questa pratica, ho ottenuto anche il modo di ricevere da lui l’attestato di progressione sulla Via. Quello che Philippe Gouttard cerca di trasmettere nel suo insegnamento non è tanto la purezza del gesto tecnico, quanto il suo spirito, la sua essenza. Con lui la tecnica non viene analizzata scientificamente, scomposta e poi sintetizzata, non esiste un programma di allenamento, una struttura della lezione scomponibile in capitoli e paragrafi. Insomma, non si prende la cosa di testa, come la mia formazione universitaria e professionale mi porterebbe di natura a fare. Sul suo tatami le cose si fanno “di pancia”, in modo istintivo, intenso, non ragionato e pensato. E’ di questo che ho bisogno per accrescermi. La razionalità la uso tutti i giorni e mi viene naturale come impostazione caratteriale, ho studiato una materia scientifica. Se usassi la mia mente allo stesso modo sul tatami, la pratica non mi farebbe bene più di tanto. Con Philippe Gouttard invece l’allenamento è viscerale ed ogni volta devo combattere col mio limite: troppa testa, penso troppo, non mi lascio andare, non lascio fare al corpo, “che sa cose che la mia mente non saprà mai”. Così poco alla volta sento di crescere. Altrimenti l’Aikido non mi servirebbe, sarebbe solo uno sport.

E’ così per me. Per altri potrebbe essere l’esatto contrario, non ho nessuna pretesa di avere ragione.

Io vedo in Philippe Gouttard il “vero” Maestro di Budo (in senso tradizionale): non si limita a spiegare i dettagli della tecnica ma la sua essenza, insegna con la sua presenza, senza dover dire nulla, limita l’ego dei propri allievi perché sa che l’ego li limiterà; stronca sul nascere qualunque tentativo di presunzione o di sopraffazione di un praticante su altri; non è prigioniero della forma esterna della tecnica e fa di tutto perché non lo siano i suoi allievi. Insegna per renderli liberi, sul tatami come nella vita, dai propri limiti e dalle apparenze, non per renderli uguali a lui. Arriva fino a tormentare i suoi allievi pur di impedire che rimangano prigionieri dell’ego. Ed è l’unico modo in cui un praticante può avvicinarsi alla cosiddetta Via. Per alcuni essere “trattati” così può sembrare essere trattati male. Invece secondo me è allora che si è arrivati al nocciolo del problema, ad un nodo interno che abbiamo la possibilità di sciogliere con la pratica, se solo ci fidassimo davvero del “Maestro”. Alcuni abbandonano o cambiano “Maestro”, un po’ come si abbandona la terapia dallo psicologo quando i nodi cominciano a venire al pettine, quando si ha davvero la possibilità di cambiare ma la paura ci blocca, facendoci credere che non andiamo d’accordo con il terapeuta. Il paragone tra Budo e psicoterapia può apparire azzardato, ma secondo me calza a pennello. Il Budo e la psicoterapia hanno entrambi lo scopo di superare i limiti dell’Io.

Nel suo libro “Budo”, Werner Lind afferma:

“Il Maestro spiega la tecnica e, contemporaneamente, con la sua personalità, insegna la Via. L’elemento comunicativo fondamentale che sorge dall’allievo nel corso di qualsiasi forma di allenamento è la conseguenza della sola presenza del Maestro. Il Maestro emana qualcosa che in qualche modo affascina l’allievo. È questo, non la tecnica, che indica al vero allievo la giusta Via, che lo spinge ad ulteriori progressi per consentirgli, in ultimo, di fare il passo decisivo.”

L’unico insegnante che conosco che ancora insegna lo spirito del Budo in questo modo è Philippe Gouttard. Cerco di apprendere da lui non per essere come lui (ne sarebbe inorridito – e anche io), ma per cercare di assorbire quel qualcosa del suo modo di essere insegnante che sono certo sia di aiuto nella crescita psicofisica dell’individuo, quel qualcosa che non si può spiegare a parole, analizzare e sintetizzare scientificamente per poterlo poi esporre didatticamente. Voglio imparare, così, per trasmissione non verbale, come insegnare Aikido in modo che serva davvero alla gente, non come insegnare ad eseguire una bella tecnica. E lo si può fare solo col continuo contatto personale sul tatami. Non esiste altro modo…

budo_laviaAncora dal libro “Budo”:

“Attraverso il superamento dell’Io, che vale come importante presupposto per la Via, egli [il praticante] può imparare, nella pratica, a riconoscere se stesso e a realizzarsi come uomo. Se il praticante dovesse respingere questa condizione e cercare invece la perfezione formale, egli non potrà riconoscere la Via.”

Dopo circa 6 anni di pratica Valter decise che i tempi erano maturi per il mio 1° dan. Mi iscrisse alla sessione esami estiva della associazione a cui il nostro dojo apparteneva allora. Ma in seno a quella associazione vi erano tumulti, scontenti, insoddisfazioni. Per farla a breve, dopo alcune rimostranze interne, la commissione che doveva esaminarmi diede le dimissioni e io saltai l’esame da 1° dan.

Verso la fine di quell’anno, il gruppo che avrebbe poi creato la nostra attuale associazione faceva i primi “esperimenti” e, con la scusa di praticare insieme, si tenevano le prime riunioni per accordarsi su come strutturare la futura associazione. Il primo di questi eventi capitò proprio in concomitanza con una nuova sessione esami a cui, se avessi voluto, avrei potuto partecipare per sostenere finalmente il mio esame da Shodan. Questo avrebbe significato boicottare il primo evento della associazione in embrione e non me la sentii, preferendo rimandare ancora il mio esame. Fui premiato con una sessione, ufficialmente denominata “prova esami”, tenuta da Elena Gabrielli, Nino Dellisanti e Marco Marini, alla presenza di Valter Francia.

La mia prova ufficiosa da 1° dan andò molto bene (beh, era un bel pezzo che ero pronto!). Nessuna associazione avrebbe però potuto ufficializzare il mio esame, quindi per il momento non ero ancora uno Shodan. Valter però insisteva perché io portassi la cintura nera e me ne procurò una personalmente. Ripensandoci oggi, mi sembra la cosa più giusta che si potesse fare. Solo lui aveva il diritto di certificare se io fossi o meno una cintura nera di Aikido. Se lo dice Valter che mi ha insegnato l’Aikido, io sono Shodan ed indosso con orgoglio e umiltà la mia cintura nera, che chiamammo cintura nera del Sakitama Dojo.

Infatti decisi di portarla solo nel mio Dojo, non in altre occasioni ufficiali.

L’estate successiva, Nino Dellisanti, in occasione del suo stage di Piombino, consegnò il primo Shodan del Progetto Aiki al sottoscritto, dichiarando che non aveva bisogno di riesaminarmi. Ad un anno dalla data programmata in origine avevo ufficialmente raggiunto il grado di 1° dan di Aikido. Ma se me lo si chiede preciso che ho ricevuto la cintura nera di Aikido da Valter Francia, poi il 1° dan da Nino Dellisanti, perché mi sembra più giusto così.

Sempre dalle parole di Werner Lind:

“È raro vedere che in Dojo si segua la Via del Budo.
Vi sono molti allenatori autorizzati dalle federazioni il cui compito è di addestrare alle competizioni; tuttavia trovare un Maestro che persegua la Via, il cammino, è cosa rara.
Cosa si intende quando si parla di valore nel Budo? Cosa si propone un’organizzazione proclamando di essere l’unica istituzione legittima nell’ambito della quale viene praticato il Budo ufficiale? Vi sono dei direttori degli esercizi, non maestri, che sono a capo di scuole e di associazioni e che in nome del Budo insegnano ciò che ritengono giusto, e per conferire a questo materiale didattico la parvenza di ufficialità si aggregano in associazioni che promuovono tutto quello che torna a proprio vantaggio.
Nel Budo non vi è nulla di ufficiale a parte quanto certificato da un vero Maestro nel rapporto docente/discente individuale. I maestri non sono tali in quanto investiti dell’incarico dalla federazione, né vi è un valore che essi siano autorizzati a certificare. L’istanza suprema del Budo è il Maestro individuale, a sua volta confermato dal proprio Maestro.”

IMG_0603Oggi mi sento soddisfatto perché, anche se forse è impossibile fare a meno delle associazioni, la persona che per me rispecchia di più le caratteristiche di un vero Maestro di Budo è la stessa che può dichiarare se io ho fatto davvero i progressi che il mio grado attesterebbe.

Quindi, per rispondere alla domanda originale “è giusto pagare per un grado di Tokyo?”, direi di si, se questo grado arriva tramite qualcuno che realmente ci conosce come persone ed aikidoka, da qualcuno di cui siamo sicuri che, se lo ritenesse giusto, ce lo rifiuterebbe o ci respingerebbe alla prova d’esame. Se vogliamo il grado come un riconoscimento della nostra progressione fatto a noi stessi, non da pubblicizzare e ostentare, allora ancora la risposta è si. Pagare per questo non è grave al mondo d’oggi, come si paga per la fisioterapia, per la psicoterapia, o altro.

L’importante poi non è quale grado si ha ma l’umiltà con cui lo si porta.

P. Robustini