Maestri ed Allievi

gouttardAll’Aikido ci si arriva per caso. In effetti, il fatto stesso che ci si iscriva ad un dojo piuttosto che ad un altro è spesso frutto del caso e dipende principalmente dal luogo in cui esso si trova. E’ così anche per gli orari e le tariffe più convenienti. Siamo quindi ben consci di quali siano i fattori che ci portano a calcare un tatami per la prima volta. Più avanti, ogni volta che torniamo sul tappeto, le motivazioni possono essere differenti, ovvero: l’ambiente, la volontà di progredire, l’amicizia, il vedere l’affetto di un partner.

Ma una volta sul tappeto, il nostro inconscio ci fa dimenticare queste motivazioni ed il fatto di voler migliorare dirige i nostri sforzi nel corso degli allenamenti. Poi, a poco a poco che progrediamo, arriviamo ad uno stadio in cui è il desiderio di riconoscimento che si fa sentire. Abbiamo lavorato bene? Abbiamo dato soddisfazione al nostro insegnante, siamo bravi in Aikido? Anche se non otterremo mai una risposta soddisfacente a tutte queste domande in ogni caso, vorremmo che venisse dal nostro insegnante quando siamo allievi, dai nostri allievi quando siamo insegnanti.

C’è un pensiero ricorrente nella nostra arte. Nelle altre attività sportive da competizione c’è un risultato che appare sui giornali come prova dei nostri sforzi, ma qui non c’è nulla, solo la nostra percezione e lo sguardo degli altri possono di tanto in tanto informarci su quello che abbiamo fatto. A volte abbiamo la sensazione che l’Aikido costruisca degli esseri deboli. Deboli è un modo di dire, con questa parola voglio suggerire il fatto che il bisogno di riconoscimento ci impedisce di praticare liberamente. Siamo molto spesso alla ricerca del riconoscimento e di una ricompensa che per noi si traducono nella promozione ad un grado superiore o nell’appartenenza ad una scuola.

seigo-philippeL’ho già ricordato in un articolo precedente, questi gradi sono il nostro orgoglio ma anche il nostro incubo. Il nostro orgoglio perché dimostrano che abbiamo ricevuto una ricompensa nel nostro percorso di praticanti. Abbiamo partecipato a certi stage, abbiamo seguito gli insegnamenti di un certo maestro e ci riconosciamo attraverso la sua pratica. Ma sono anche il nostro incubo perché non sempre comprendiamo come mai un certo praticante abbia il nostro stesso grado. Non riusciamo ad accettare che un praticante che supponiamo meno allenato possa ricevere lo stesso grado che abbiamo noi. Prendiamo il mio esempio personale: ho spesso difficoltà ad accettare come mai un praticante che non insegni Aikido per lavoro, che non sia un professionista, abbia il mio stesso livello. Ci è voluto un lungo lavoro su me stesso per rimuovere dal mio ego la voglia di essere al di sopra degli altri. Anche se ho la sensazione di potercela fare, di tanto in tanto il vecchio demone riemerge e scopro che la sensazione di frustrazione ed a volte persino di odio per l’altro è ancora in me. Ho trovato una soluzione che mi aiuta a superare questi momenti: in allenamento pratico solo da uke, cosa che ci permette di accettare l’altro, in modo diverso, entrambi allo stesso livello.
Per quel che riguarda le diverse scuole, sottolineo ancora una volta che quando un praticante esterno viene nel mio dojo, arriva già scusandosi di non essere della stessa scuola. Non è un problema, ma è normale che cerchi di proteggersi, dato che alcuni gruppi non accettano la presenza sul tatami di praticanti provenienti da altri indirizzi tecnici. Noto spesso in discussioni con miei pari grado che c’è sempre una falsa modestia circa la presa di coscienza del reale livello di ognuno. E’ difficile dire ad un alto grado che la sua pratica non è buona, ma non ho neanche mai sentito dire il contrario: “quello che fai è davvero molto buono”. Non ho neanche mai visto una reazione violenta tra due partner quando uno fa male all’altro. L’Aikido è un’arte del non dire sul tatami, ma spesso si esagera con le parole nello spogliatoio o fuori dal dojo. Per tornare alla frase “questo è il mio allievo, sono io che l’ho formato”, cerco sempre di non esprimermi in questo modo. Preferisco dire che ho degli allievi un’ora al giorno o una settimana, se il tempo di presenza totale è di una settimana. Ma poi i “miei allievi” tornano liberi e non mi appartengono più. Tuttavia, loro possono dire se mi considerano il loro insegnante. Parlo così perché sono sicuro che un allievo sconosciuto che mi chiama Maestro e mi ha visto per la prima volta, chiama allo stesso modo tutti gli insegnanti. Ciò dimostra che l’appellativo di Maestro è un codice, non bisogna prendere queste espressioni come definitive, ma come un modo di rivolgersi ad un insegnante che si vede per la prima volta.
philippe-pasqCredo che la nostra arte non ci dia il piacere che siamo venuti a cercare e che ci sia un lungo e duro lavoro da fare su noi stessi. Non penso di essere più forte o più giusto degli altri, perché tutte le mie frustrazioni, le mie angosce, l’Aikido e il suo entourage non mi hanno ancora permesso di placarle. Ho anche visto insegnanti che per mandare un messaggio ad un altro Maestro si permettono di “brutalizzare” o correggere senza ragione un suo allievo che magari è andato a praticare al loro dojo o durante un loro stage. Ciò dimostra che nella nostra arte è difficile esprimersi senza debolezza quando uke non conosce i nostri codici od è stato educato attraverso altri sistemi. Voglio soltanto dire che l’Aikido è un’arte che mi ha dato molto e che mi ha aiutato a crescere, ma continuo a non capire l’atteggiamento dei miei pari grado o dei miei Maestri quando non accettano le differenze e quando non accettano che i loro allievi vadano a cercare altrove quello che essi non possono dare. Sono spesso deluso da questi comportamenti, che non corrispondono a ciò che l’Aikido dovrebbe insegnare agli esseri umani.

Ho appena letto una lettera in cui un alto grado esprime la sua frustrazione per non essere più riconosciuto dai membri del suo gruppo. La spiegazione è stata questa: non ha seguito il Maestro per più di dieci anni, quindi non gli diamo più la possibilità di essere riconosciuto come allievo di tale Maestro. I membri della sua scuola gli hanno rifiutato la status. E’ questo per me uno dei punti perversi della nostra arte. Come si può dire che uno è un allievo vicino, un allievo diretto di un maestro? Ciascuno di noi sa perfettamente se un insegnante lo abbiamo scelto noi o ce lo siamo ritrovato. Ed ogni Maestro ha la libertà di dire: “questo qui lo considero un mio allievo”. Ma non dobbiamo mai reclamare una ricompensa. E’ necessario che noi, gli alti gradi, siamo consapevoli di essere nient’altro che dei passi verso un Aikido migliore e che accettiamo che le generazioni future, attraverso il nostro insegnamento ed il loro incontro con altre esperienze, diventino più forti e più intelligenti di quanto lo siamo stati noi rispetto ai nostri predecessori. Inoltre dobbiamo anche accettare la libertà di dare il nostro insegnamento come vogliamo e dobbiamo obbligarci ad accettare di non essere più così vicini ai nostri Maestri come quando non eravamo che allievi. Dobbiamo accettare che la via che abbiamo seguito per anni si allontana con la pratica da quella dei nostri Maestri. Ma anche noi, come insegnanti, dobbiamo accettare che anche gli allievi vicini a noi, quando spiccheranno il volo, troveranno la loro via e non seguiranno più quello che abbiamo prescritto.

gouttard3Per concludere vorrei dire che mi sembra chiaro che mentre un Maestro è ancora in vita i suoi allievi più vicini o più anziani non osino esprimersi liberamente come se malauguratamente il Maestro non ci fosse già più. Mi sembra logico che anche se il Maestro non vede direttamente ciò che facciamo, egli conosca perfettamente i contenuti e le modalità del nostro insegnamento, sia che altri allievi gli abbiano raccontato di quello che hanno visto con noi, sia che noi avessimo praticato sotto la sua direzione; egli si rende conto rapidamente che il nostro corpo non è più più così ricettivo come quando era lui il nostro solo referente.

Con questo piccolo scritto vorrei solamente dire che l’Aikido è per me una scuola di libertà all’interno di un rigore terribile, che ci fa accettare di non essere immortali e di non essere che dei passi verso un Aikido più ricco e più aperto. Ma è pur vero che a volte è dura se non possiamo avere il riconoscimento che crediamo di meritare. Ma così è la vita e tutto questo è molto simile.

Ancora una volta grazie a Guillaume Erard per il suo aiuto così prezioso e per le sue correzioni sempre pertinenti.

21 marzo 2013, Philippe Gouttard


Traduzione dall’originale in francese a cura di Pasquale Robustini