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Intervista a Philippe Gouttard

gouttardPhilippe Gouttard, 6° dan Aikikai di Tokyo, ha iniziato la pratica nel 1970. Ha cominciato presto a seguire i maestri giapponesi (Tamura, Noro e Kobayashi Sensei) in Francia e all’estero. Durante uno stage del Maestro Noro incontrò il Maestro Asai. Fu un incontro così decisivo che si trasferì in Germania per 7 anni per studiare con lui. Nel 1978 incontrò Christian Tissier che quindi lo mise sulla strada della sua attuale pratica. Da quel giorno ha costantemente studiato col Maestro Tissier progredendo con lui. Philippe ha anche conosciuto il Maestro Yamaguchi, che è andato a trovare regolarmente durante i suoi viaggi in Giappone. E’ stato direttore tecnico per la regione Rhône-Alpes per 15 anni. Oggi tiene regolarmente stage in Francia e nel resto d’Europa. In questa intervista Philippe svela i concetti base della sua sua pratica. Un incontro con un gigante dal cuore d’oro.

Guillaume Erard: Come hai cominciato con l’Aikido?

Philippe Gouttard: Ho cominciato l’Aikido come qualcosa di estremamente fisico. Per me era uno sport, volevo diventare il campione del mondo.

G.E.: Infatti eri uno sportivo…

P.G.: …Calcio, giocavo al calcio… moltissimo; volevo diventare un professionista. Ero nel Saint-Étienne durante gli anni d’oro con gente tipo Larqué, Piazza e Rocheteau. Volevo essere la generazione successiva. Magari non avevo quel che ci vuole per farcela, ma mi allenavo come un matto, 5 ore al giorno.

Ho scoperto l’Aikido involontariamente. Un giorno lessi una pubblicità che diceva: “diventate invincibili in 11 lezioni”, così ho pensato, 11 lezioni, perché no? Poi sono finito nel posto sbagliato, nel dojo di Aikido, e ho chiesto “Sono qui per le 11 lezioni”. Il tizio si è messo a ridere e mi ha detto “Comincia con una”; non ho mai più smesso. Comunque, ancora oggi mi chiedo che cosa facesse il tipo delle 11 lezioni. Mi sarebbe piaciuto essere lì per dare un’occhiata. A quel tempo nessuno sapeva cosa fosse l’Aikido e per questo motivo mi sono infortunato un sacco di volte.

G.E.: Era un Aikido violento?

P.G.: Non esattamente; in effetti più che essere duro era mal spiegato. Torcevamo il polso di un compagno che a sua volta cadeva goffamente, così come poteva. Ricordo che al tempo, quando i maestri giapponesi arrivarono in Europa, usavano dei judoka, non aikidoka, come uke, dato che i judoka sapevano come cadere e noi no. Per quel che mi riguarda, la prima caduta appena decente che sono riuscito a fare fu circa 2 anni dopo che avevo iniziato l’Aikido. Oggi la gente le fa dopo 2 o 3 mesi. Come ho detto, ho sofferto fisicamente un bel po’, in particolare a causa della scarsa conoscenza dei sistemi. I maestri giapponesi non spiegavano nulla e gli europei non molto di più. Comunque ho seguito molto i giapponesi in Europa finché non ho incontrato il Maestro Tissier.

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Philippe Gouttard e Guillaume Erard

G.E.: Com’è successo?

P.G.: Beh, è piuttosto divertente! Stavo già insegnando a Saint-Étienne, ma in realtà mi resi conto che non insegnavo niente. Per farla breve, l’insegnante con cui avevo cominciato decise di lasciare l’Aikido per dedicarsi alla pratica del Kendo. Io e gli altri studenti ci ritrovammo un po’ come degli orfani. Molti di loro in realtà smisero, eccetto qualche giovane che voleva andare avanti ed allenarsi, così ho preso io il posto del nostro insegnante, anche se non avevo idea di cosa fare. Finii per allenarli fisicamente, come uno sport, se volete. Facevamo un bel po’ di piegamenti, flessioni, salti e così via. In una lezione facevamo in realtà solo cinque minuti di tecnica, ma abbiamo messo su il fisico abbastanza bene. Per progredire andavo a molti stage. Così incontrai Noro, a cui mi affezionai molto, ed Asai in Germania. Erano bei tempi, ma davvero ancora non c’era una spiegazione degli aspetti fisici delle cose. E andò avanti così fino all’arrivo di Christian Tissier che, appena rientrato dal Giappone, venne a fare una lezione a Saint-Étienne. Così mi dissi “questo e quello che dobbiamo fare”. La cosa divertente è che ad altri membri del nostro gruppo non piacque ciò che videro. Fu lì che realizzai che la percezione è questione di momenti. Se Tissier fosse venuto 10 giorni prima o dopo, magari sarei stato io a dire “che schifo” ed altri “che grande!”. Ad ogni modo, ero nello stato mentale buono per recepire il suo insegnamento e ho capito che era esattamente quello che volevo fare io. Sono andato a vederlo e da allora non l’ho mai lasciato.

G.E.: Che cosa ha portato Christian Tissier alla tua pratica?

P.G.: Molte cose. Non posso dire in realtà che è il mio maestro perché abbiamo la stessa età, ma è una persona che mi spinge ad andare avanti nel processo del pensiero. Anche se non posso dire che siamo veri amici, dato che ci vediamo solo sul tatami, è la persona per cui nutro il più profondo rispetto. Grazie a lui ho potuto incontrare i maestri giapponesi, andare in Giappone e soprattutto, grazie alla sua pratica, sono riuscito a capire gli insegnamenti dei giapponesi.

G.E.: Con quali altri maestri ti sei allenato?

P.G.: Ovviamente, Christian andava a vedere i maestri che gli piacevano di più, come il M. Yamaguchi, il M. Osawa, il secondo Doshu e il M. Matsuda. Naturalmente io lo seguivo, ma mi è sempre piaciuto andare a vedere anche altri insegnanti. Ci sono in realtà molti maestri che non appartengono alla linea che seguiamo in Francia, ma mi piacevano molto; probabilmente più da un punto di vista umano che puramente tecnico. Ho sempre trovato che l’Aikido fosse un po’ chiuso su se stesso, mentre queste persone, che magari non erano tecnicamente brillanti come altri, erano più inclini a bere qualcosa con te o ad invitare la gente a uscire. Io lo apprezzavo molto, specialmente all’inizio, quando non parlavo ancora il giapponese.

G.E.: Oggi parli il giapponese correntemente. Questo ha cambiato la tua comprensione di quello che fanno gli insegnanti giapponesi?

P.G.: Quando finalmente ho cominciato a capire, mi sono anche un po’ dispiaciuto per il fatto che parlassero praticamente come noi. Pensavo usassero parole poetiche con molte metafore, ma in realtà non era proprio vero. Parlavano proprio come noi: “alza il braccio, abbassa i fianchi, siete una massa di deficienti!” (ride). la prima volta che andai in Giappone ero convinto che i Maestri vivessero sugli alberi, che non mangiassero, non facessero sesso e così via. Quando ho visto che una volta ogni tanto apprezzavano uno o due drink ci sono davvero rimasto male. Capivo che queste persone, che erano dei virtuosi dell’Aikido, erano simili a noi in ogni altro aspetto. Erano uomini giapponesi che vivevano secondo i costumi del loro paese.

G.E.: C’è stato un istruttore giapponese che ha avuto una particolare influenza su di te?

P.G. Un gentiluomo come il M. Yamaguchi mi ha aiutato molto perché era un anticonformista ed è proprio questo che cerco di portare sul tatami. Non era negli standard Aikikai. Per esempio, all’Aikikai era proibito fumare, ma lui o faceva; teneva esattamente le lezioni che voleva lui e a volte non si presentava proprio! Per me ha portato il concetto di la libertà al picco massimo. Questo tipo, che trovavo pure abbastanza brutto, diventava d’improvviso magnifico quando saliva sul tatami. Gradualmente, incontrando altri maestri e migliorando la mia pratica, sono arrivato a rendermi conto che non mi sarebbe importato affatto di morire tra le braccia di qualcuno come Tissier o Yamaguchi.

G.E.: L’Aikido non è la tua unica passione: passi molto tempo a studiare le lingue e l’osteopatia…

P.G.: Mi è venuto in mente perché c’era sempre quel problema di non conoscere come funziona il nostro corpo. Decisi che non potevo trovarne la risposta nell’Aikido e che dovevo cercarla altrove. Ho cominciato a studiare osteopatia per capire la meccanica del corpo umano. Per me era impensabile che insegnanti che lavoravano sul corpo umano non sapessero come era fatto. Mi ha permesso di capire che il corpo umano era lo stesso ovunque, ma l’espressione del dolore e del piacere era diversa. In francese diciamo “Ahi! quando ci facciamo male, mentre in Giappone significa “si”. Naturalmente in quella situazione il partner potrebbe avere il dubbio se continuare o no (ride). E’ anche il motivo per cui ho cominciato a studiare lingue, perché se non posso parlare la lingua dei miei studenti non vedo perché debbano capire il mio Aikido. Davvero non volevo ripetere gli errori del mio primo maestro. Rispetto ad un traduttore che tradurrebbe le parole molto bene ed il pensiero male, preferisco usare un linguaggio approssimato che mi è personale e che tutti capiscano man mano che si abituano ad allenarsi con me. Così integreranno quello che sto facendo poco a poco e alla fine mi capiranno bene. Una volta che capiscono cosa dico, io posso capire quello che fanno loro e così cominciamo a fare Aikido insieme.

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Philippe Gouttard e Guillaume Erard

G.E.: La tua conoscenza dell’osteopatia ti aiuta nell’insegnamento dell’Aikido?

Ho studiato l’osteopatia perché è una disciplina che ha a che fare con il corpo nella sua unità, a differenza della medicina tradizionale che lo divide in funzioni e sistemi. E’ così che ho intuito come piedi e mani lavorino insieme, per il fatto che agli inizi camminavamo con quattro zampe. La cosa implica che anche ginocchia e gomiti devono avere lo sesso tipo di funzione. Similmente le spalle e le anche trasportano i fianchi e quindi devono avere lo stesso ruolo. Tutto è controllato dalla testa che ci posiziona nello spazio grazie ai sensi della vista, dell’udito, e così via.

E alla fine ho pensato all’azione delle mani e dei piedi. Le mani e i piedi sono le parti del nostro corpo che ci mettono in contatto col terreno e con il partner. Possiamo anche dividere la mano in due parti distinte, la mano della forza (mignolo, anulare e medio) e la mano della precisione (indice e pollice). La stessa cosa funziona per il piede, dove le tre dita più piccole sono il piede della recezione e le prime due sono il piede della propulsione.

Tutto ciò mi ha portato a chiedermi: invece di pensare a fare del male, a controllare e torcere i polsi, perché non possiamo dire “costruiamo il corpo”? Naturalmente all’inizio costruiamo il nostro, diventiamo molto forti, ma a che pro se lo scopo è quello di distruggere l’altro? Ho provato a formulare le cose in modo un po’ diverso. Chi mi attacca lo fa perché è giunto al punto in cui non ha più altro modo per esprimersi. Quindi lo metterò in una situazione di movimento e piacere tali da togliergli ogni desiderio di aggressione; niente voglia di essere potenti, forti e decisi, niente voglia di distruzione.

Stage di Dublino, marzo 2007

G.E.: Questa idea di costruzione è una parte cruciale del tuo insegnamento, vero?

P.G.: Quando torciamo un polso non agiamo solo su di esso, ma su tutte le articolazioni e la catena muscolare fino al baricentro. E’ per questo che in Aikido abbiamo così pochi infortuni gravi, ma molti dolori cronici debilitanti. Il corpo si abitua a subire, fino al giorno in cui ti porta a dire “basta, non ce la faccio più”. Allora cominciamo a chiederci cos’è andato storto dato che siamo sempre stati così attenti tutti questi anni e non ci siamo mai infortunati. E’ adesso che dobbiamo stare attenti e praticare con intelligenza. Non dovremmo cambiare la tecnica, ma le nostre menti invece. Dobbiamo evitare a tutti i costi gli incidenti dovuti alla goffaggine o alla carenza di attenzione. Dobbiamo anche liberarci dall’idea di voler fare le cose bene e concentrarci sul fare meglio. E’ quando vogliamo fare le cose sempre bene che finiamo per essere frustrati. Dobbiamo lasciarci lo spazio per il miglioramento, dobbiamo permettere a noi stessi di fare degli errori.

Quello da cui voglio davvero allontanarmi è l’idea della perfezione. Certo, dobbiamo ovviamente cercare di tendere alla perfezione, ma certamente senza lasciarci scoraggiare dagli errori. Appena abbiamo paura di farne, non riusciamo più a rendere neanche la metà di quello di cui siamo capaci e così ci creiamo delle scuse. In questo momento stiamo parlando tra di noi, cerchiamo di esprimerci correttamente, ma qualche volta faremo sicuramente degli errori di linguaggio. Se qualcuno passasse proprio in quell’istante direbbe “guarda questo scemo, non sa neanche parlare”. Il punto è che non ce ne curiamo! Preferisco molto di più dire cose che sento, piuttosto che usare frasi vuote ma perfette. Dopo ci possiamo sempre correggere se siamo stati fraintesi o non ci siamo espressi bene, piuttosto che dover stare sempre attenti. Diciamo la verità, questo è solo Aikido, non è politica, non stiamo cercando di riunificare una nazione. E’ come quando la gente vuole fare una foto. Non mi importa se qualcuno mi fotografa mentre sono in una posizione goffa. Chi mi apprezza capirà che sarà successo in un momento particolare del movimento, mentre quelli a cui non piaccio troveranno qualcosa da dire comunque. Preferisco molto di più le cose naturali. Se un politico fa una fesseria non mi importa se poi riconosce l’errore.

G.E.: Durante gli stage tu non mostri davvero molta preoccupazione verso la forma, ma sei molto attento all’essenza della tecnica.

P.G.: E’ vero. Infatti cerco di dare tutta la libertà possibile ai miei studenti; hanno sempre ragione, ma tutti in modo diverso. Noi miglioriamo cambiando partner, visione, insegnante, posto, ecc. Naturalmente ripetiamo e ripetiamo la tecnica di volta in volta, ma il punto è capire perché in alcuni casi funziona ed in altri no. Ognuno di noi ha la soluzione dentro di sé, ma la difficoltà è prendersi abbastanza tempo per pensarci su. Un insegnante può solo dare la sua soluzione, che è una tra molte altre. E’ quasi la stessa cosa nelle lingue; impariamo a parlar bene a scuola, ma siamo completamente persi quando visitiamo una nazione straniera a causa del posto diverso, dell’accento, del modo in cui parlano… La difficoltà viene dal fatto che esistono molti modi diversi di dire le cose, tutti corretti.

Con poche parole possiamo dire le stesse cose in Francia e in Giappone, ma diventa molto difficile quando cerchiamo di esprimere un sentimento. Per tornare all’Aikido, lo shihonage è lo stesso dappertutto, ma a volte vediamo un praticante eseguirlo e pensiamo che sia spazzatura. Probabilmente non è spazzatura, ma ha movimenti, posture ed attitudini che in qualche modo ci irritano. Significa solo che non siamo abbastanza bravi da accettare che gli altri facciano le cose in modo diverso. Invece di dire che l’altro è merda, dovremmo dire che non ci siamo allenati abbastanza da capirlo correttamente. Di conseguenza andiamo a vedere qualcun altro e poi ritorniamo comunque da lui.

E’ quello che cerco di fare in Giappone. Prima raramente andavo a praticare con i maestri che non mi piacevano. Oggi vado sempre lì.

G.E.: E perché?

P.G.: Proprio per verificare se davvero non mi piacciono o se sono io che non sono abbastanza maturo per comprenderli.

G.E.: Ma questo grado di libertà non è un po’ destabilizzante per i tuoi studenti?

P.G: Io offro la tecnica ai miei studenti, poi loro ne fanno quel che vogliono. Naturalmente è triste quando un mio allievo mi lascia, ma mi farebbe anche più male se restasse per non darmi un dispiacere. In quel caso mi avrebbe trattato come un vecchio. Se un mio studente mi dice “Philippe, l’anno prossimo non mi allenerò con te perché voglio farlo con quest’altro”, non mi importa assolutamente. Ma mi farebbe davvero male se non si mantenesse in contatto. Il fatto che nella sua vita uno studente voglia allenarsi con un altro maestro è perfettamente normale; non mi colpisce più di tanto semplicemente perché l’ho fatto anch’io. Le volte che ci incontreremo poi, dovranno essere momenti molto intensi e preziosi, così che non ci sentiremo più in colpa quando ci separeremo. Come insegnante, se dai intelligenza e pratica, dai anche libertà. La libertà non ha prezzo.

Naturalmente all’inizio non possiamo essere liberi: possiamo solo fidarci del nostro insegnante. Andiamo in un dojo, di solito scelto a caso, e ci viene detto che non c’è niente di meglio. Con la pratica comunque capiamo che il meglio in noi è molto simile al meglio in qualcuno da qualche altra parte. E’ per questo che penso che i gradi non abbiano un valore tecnico, ma solo un valore che rappresenta l’esperienza e la formazione.

Embukai in Giappone nel 2012

G.E.: Da questo punto di vista giudichiamo molto le persone sul tatami…

P.G.: Io ad esempio, potrei non diventare mai 7° dan. Me ne sono preoccupato per anni, dato che volevo diventare un campione del mondo, ma poi ho riflettuto sul significato del 7° dan. Significa per caso un kotegaeshi migliore di un 6° dan? Assolutamente no: non è meglio, ma differente. Possiamo però senz’altro dire che è il kotegaeshi di un uomo di 60 anni. Prendete un quinto dan, avrà 35, 40 anni. Tra i due ci sono 20 anni di pratica ed è questo che fa la differenza, non il numero di dan. E’ come paragonare il linguaggio dei bambini con quello degli adulti. Usano le stesse parole, ma il valore umano ed emotivo è molto diverso. Questo è il bello nell’Aikido, si tratta di persone molto forti nella pratica che si incontrano. Esse quindi valuteranno se la loro tecnica è abbastanza buona da capire cosa sta facendo l’altro, non cercheranno di mostrare che quello che fanno è giusto. La tecnica ci dovrebbe permettere di avvicinarci all’altro, certamente non serve per creare distanza tra di noi e per dire che gli altri non valgono nulla.

L’altro non è uno che non vale niente, semplicemente fa quello che pensa sia giusto per lui; a volte non abbiamo scelta. Prendi ad esempio Tokyo e Parigi; è abbastanza normale avere 30-40 persone sul tatami in un dojo. Ora, se un insegnante ha 10 persone sul tatami a Galway, Cork o Tipperary, è tanto intenso quanto a Parigi. E’ meglio l’Aikido di Parigi di quello di Tipperary? Non lo so. Quello che so è che a Parigi la gente si può allenare 6 volte alla settimana, 3 volte al giorno, mentre un praticante di Tipperary può ritenersi fortunato se ha la possibilità di farlo due volte a settimana. Ora, entrambi hanno lo stesso valore, perché anche se lo shodan a Parigi e Tipperary non rappresenta la stessa esperienza, premia lo stesso livello di investimento personale. Personalmente io chiedo ai miei studenti ed insegnanti di allenarsi duramente, senza preoccuparsi se l’Aikido a Tipperary o Parigi sia buono o no. Come studenti ci sentiamo sempre in colpa perché pensiamo “Non mi alleno a Parigi e non sono mai stato in Giappone, perciò non posso capire”, ma quando alla fine a Parigi o Tokyo ci andiamo davvero, spesso capita di provare una sensazione di vuoto, a meno che non incontriamo un insegnante od uno studente che ci arricchisce con una conoscenza che non avremmo potuto sperimentare a casa.

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Philippe Gouttard con Guillaume Erard

G.E.: E’ necessario andare in Giappone per progredire?

P.G.: Si dovrebbe andare, ma non troppo. Anche l’Aikido va praticato, ma non troppo, tre volte a settimana è abbastanza, ma bisogna farlo tre volte bene. E’ importante prendere del tempo per pensare. Ciò che è pertinente è la conoscenza estremamente rigorosa dell’asse fisiologico del corpo, che ci permette di costruire uno spirito che è differente in ciascuno di noi, ma accessibile a tutti. L’Aikido è accessibile a tutti, ma non tutti possono accedere a tutto l’Aikido.

G.E.: Quindi noi non pratichiamo l’Aikido del Fondatore?

P.G.: Ogni insegnante per ogni generazione ha riflettuto su cose sempre più avanzate circa gli aspetti fisici, fisiologici e mentali. E’ per questa ragione che penso che ora pratichiamo in modo più intelligente che in passato. Le condizioni e la mentalità sono differenti, pratichiamo Aikido dopo il lavoro, potremmo fare altro, jogging, ecc. Perciò l’Aikido deve evolvere per andare incontro ai nostri bisogni di oggi. Non mi piace molto la gente che dice che dovremmo praticare l’Aikido come una volta. io penso che l’Aikido di prima fosse noioso! (ride). Prima c’era meno tecnica, meno cultura ed intelligenza, perciò ci voleva più disciplina. Oggi la gente che viene a vederci si comporta bene, è bene educata, autodisciplinata. Dobbiamo tendere verso una minore sofferenza nella pratica, meno frustrazioni, meno gelosia. Se siamo colpiti, dobbiamo accettarlo, perdere un po’ di autostima, un po’ del 7° dan che se ne va. Ad esempio, cerco di far praticare la gente in una situazione in cui non hanno più il controllo. Spingo gli studenti ad eseguire tecniche oltre la riflessione in modo che il corpo “vada da solo”. Dopo potremmo dire “cazzo, non avrei dovuto farlo”, ma se lasciamo allo spirito intelligente il tempo di pensare, il nostro corpo non andrà più da solo, perché sappiamo che stiamo andando alla morte. Sono convinto che quelli che erano mandati in battaglia erano scemi e perdenti, perché se avessero avuto la tecnica non sarebbero andati alla guerra. Dopo, se ritornavano, gli veniva insegnata la tecnica ed un livello culturale superiore. I vecchi generali che conoscevano il sistema bene non andavano mai alla guerra, altrimenti il livello sarebbe caduto. Il difficile è andare a combattere e tornare indietro. Dovremmo avere esattamente quello stato mentale quando pratichiamo.

Philippe Gouttard a Dublino con Guillaume Erard

Come studenti noi spesso pensiamo di essere merda. Bene, è vero che lo siamo stati, ma rispetto a chi o cosa eravamo così in basso? A un insegnante? A uno studente? A ieri? A domani? Non ha alcuna importanza finché pratichiamo al nostro massimo. Ovviamente questo massimo potrebbe essere il minimo di qualcun altro, ma dovremmo imparare a mantenere le cose in prospettiva. L’Aikido è un mezzo per capire noi stessi e gli altri, non c’è una soluzione unica, una sola verità. Al momento di una presa o un contatto, come faremo a mantenerlo e ad andare alla fine del sistema, del codice che fa andare bene il movimento? Quando la gente è felice sul tatami dice: “Mi sono divertito, mi sono mosso bene, è stato bello…” Nessuno dice mai “Ho combattuto bene”, non è nella nostra cultura, anche se continuassimo a combattere tutto il tempo. Per me questo è l’Aikido; questa riflessione. E’ anche il motivo per cui mi piace venire in Irlanda, perché l’Aikido qui è ancora giovane e la gente è appassionata. E’ una cosa che mi manca un po’ in Francia e in Giappone, è che la gente è un po’ più “blasé”.

G.E.: Tu usi sempre un vocabolario che è molto espressivo dal punto di vista emozionale. Questo coinvolgimento emotivo è una parte importante del tuo approccio?

P.G.: Molto. Prima degli esami spesso parlo ai candidati per sapere come si sentono. E’ importante per me capire il dispiacere della gente che fallisce l’esame. Non dovremmo mai dimenticare l’investimento colossale di tempo ed energia che hanno fatto. Dobbiamo insegnare, giudicare e concedere gradi, ma anche aiutare lo studente a rialzarsi in caso di fallimento.

Naturalmente l’affetto è importante, ma con l’esperienza impariamo a mettere le cose in prospettiva. Quando Tissier mi corregge non la prendo personalmente, preferisco molto di più che mi corregga piuttosto che non mostri alcun interesse. Preferisco che mi dica: “Ma che diavolo stai facendo?!”. La verità è che quando ero in Giappone e Yamaguchi non passava a vedermi, maltrattavo un po’ il mio partner oppure non praticavo bene, in modo che doveva venire a correggermi. Gli studenti devono avere fiducia nel loro insegnante, ma questi deve anche essere tollerante verso le reazioni degli studenti E’ sempre una cosa reciproca, un insegnante deve sempre accettare quando un suo studente va ad allenarsi con qualcun altro, ma lo studente deve anche ricordare che se è capace di capire qualcosa di quello che l’altro insegnante sta dicendo, lo deve alle conoscenze che ha avuto dal primo.

Embukai di Torino 2008

G.E.: Molti confessano di aver cominciato l’Aikido per imparare a difendersi; pensi che ci sia della paranoia nella società di oggi?

P.G.: Certamente, perché le persone non si fanno mai le domande giuste. E’ anche colpa degli insegnanti che insegnano solo la tecnica. Quando insegniamo la tecnica insegnamo la differenza; c’è chi può eseguirla e chi no. Non dovremmo insegnare la tecnica, dovremmo farla vivere e trasmetterla attraverso il corpo. Se ci concentriamo solo sul combattimento, perché dovrei insegnarti lo shionage se poi ti servirà a picchiarmi? Il mio scopo quando incontrerò il cattivo per strada è di dargli la mia tecnica migliore, per cui mi sono allenato per così tanti anni, così che mi dica: “Mi piacerebbe farlo ancora”.

Quello che è interessante è prendere gente con apprensioni e paure e dar loro sicurezza. Questo voglio fare in Aikido, semplicemente dare alla gente gli strumenti per aprirsi e sentirsi a posto.

G.E.: Allora cosa pensi di quella gente che ha praticato per 30 anni solo con la difesa personale in mente?

P.G.: Sono persone che hanno costantemente paura perché non hanno avuto una guida.

G.E.: L’aspetto sociale è molto importante per te?

P.G.: E’ molto importante fuori del tatami. Possiamo parlare, piangere, abbracciarci tutta la notte, ma la mattina dopo alle 9 dobbiamo essere sul tatami e mettercela tutta! E’ una dittatura, niente sentimenti, niente religioni, niente politica. Il sesso non esiste, una ragazza sul tatami è solo un partner più piccolo e la farò soffrire tanto quanto un ragazzo, così che capisca che tutti meritano di lavorare duro. Comunque penso che facciamo più Aikido di quel che pensiamo la sera davanti a un buon pasto e a un bicchiere. Dopo di che, la domenica mattina, il cattivo del giorno prima non è poi così cattivo come pensavamo, ma è piuttosto come noi, solo che prima non ci capivamo.

G.E.: Tu lavori sempre al limite della resistenza fisica…

P.G: In Aikido dovremmo raggiungere il limite e mai superarlo. Quando pratichiamo, se andiamo oltre il limite del partner ne abusiamo, ma se non raggiungiamo quel limite lo stiamo prendendo in giro. Dobbiamo sempre andare avanti, e quando non possiamo più dobbiamo solo scegliere un altro avanti.

G.E.: Vuoi aggiungere qualcosa per concludere?

P.G.: Date forza agli altri. Se siamo forti è per aiutare gli altri, non per far loro del male.


Articolo di Guillaume Erard pubblicato in inglese su GuillaumeErard.com

Traduzione dall’inglese a cura di Pasquale Robustini

Approfondimenti: pagina web di Philippe Gouttard