Prima Porta e Labaro

primaporta_labaroI dintorni di Roma ospitano spesso veri e propri gioielli, borghi incastonati in paesaggi straordinari, chiese, abbazie, santuari, ville, castelli, testimonianze archeologiche straordinarie e musei che conservano tesori, preziose testimonianze della storia del territorio. A questo si aggiunge il contesto ambientale di grande interesse, con i numerosi parchi, riserve e aree naturalistiche. L’area che ospita il nostro dojo si trova a nord della Capitale lungo la Via Flaminia, che qui scorre parallela alla ferrovia, in un’area urbanizzata nota come Prima Porta e Labaro. Siamo sulla riva destra del Tevere, poco prima che questo passi sotto il Grande Raccordo Anulare. Le due zone dell’Agro Romano sono attraversate da corsi d’acqua quali il Fosso della Valchetta, che delimita Labaro a sud, il Fosso di Monte Oliviero, che determina il confine naturale tra Labaro e Prima Porta, e il Fosso della Torraccia, che confluisce nel precedente nella Valle Muricana, poco prima di gettarsi nel Tevere. Questi affluenti di destra del Tevere fanno parte del sistema idrico che drena il versante sud dell’apparato vulcanico di Sacrofano-Baccano, situato a nord di quest’area e ad est del lago di Bracciano. Gran parte di questo territorio è immerso nella riserva naturale del Parco di Veio.

Il nostro Dojo si trova in un’area collinare (max. 74 m) denominata Monte del Gatto. Siamo all’interno del Parco di Veio, nella Zona LVIII dell’Agro Romano denominata Prima Porta, che ospita quasi 15.000 abitanti. Assunse tale denominazione fin dal 1225 per la presenza dell’arco di un acquedotto romano risalente al IV secolo e che portava acqua alla vicina villa di Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Ottaviano Augusto. Sotto l’acquedotto passava la Via Flaminia e probabilmente l’arco doveva essere la porta che permetteva l’ingresso a Roma per chi veniva da nord. Di esso resta oggi solo un pilone addossato alla chiesa seicentesca dei SS. Urbano e Lorenzo in Piazza Saxa Rubra (a lato), difronte alla Villa di Livia, sorta su un colle che dominava la valle del Tevere in ingresso a Roma da nord lungo la via Flaminia.

Via Flaminia

La Via, che prende il nome dal censore Gaio Flaminio, fu realizzata in soli due anni (220-219 a.C.) per collegare Roma a Fano e successivamente Rimini, attraverso il territorio falisco, l’Umbria e il Piceno. La grande importanza e l’efficienza del suo percorso ne fecero uno strumento fondamentale per il processo di romanizzazione dell’Appennino Umbro-Marchigiano e della Gallia Cisalpina. Il tracciato, progettato allo scopo di ridurre al minimo le distanze, fu aperto quasi interamente ex-novo, utilizzando solo raramente percorsi preesistenti. Al momento della costruzione la via usciva dalle mura serviane ai piedi del Campidoglio e puntava attraverso un lungo rettifilo (oggi Via del Corso) verso il Tevere. Per superare il Tevere fu costruito Ponte Milvio, già esistente alla fine del III secolo a.C. Lasciato il ponte alle spalle, la via proseguiva sulla sponda destra del Tevere fino a Tor di Quinto, dove si alternano tombe e mausolei. Su uno sperone roccioso si conservano i resti della Torre di Quinto, una struttura a pianta quadrata, realizzata a controllo della riva destra del Tevere. La natura tufacea del territorio favorì la presenza di nuclei di tombe rupestri e di monumenti funerari da Saxa Rubra a Grottarossa Vecchi, dove si trovano tra le altre la Tomba dei Nasoni e la tomba rupestre di Fadilla. Oltre il Ponte sulla Valchetta si conserva un grande mausoleo a tumulo, noto come Tomba Celsa. In località Prima Porta si trovava “ad Gallinas Albas” (galline bianche), sede della villa di Livia, celebre per le pitture di giardino che furono distaccate nel 1951 ed esposte nel Palazzo Massimo a Roma. Dal sito proviene anche la famosa statua nota come Augusto di Prima Porta, oggi ai Musei Vaticani. Nei pressi della villa si staccava dalla Via Flaminia la via Tiberina, che risaliva il Tevere fino a Lucus Feroniae, un grande santuario dedicato alla dea sabina degli animali, presso un bosco sacro. Al km 19,400 spicca il casale di Malborghetto, un edificio che ha inglobato un arco quadrifronte del IV secolo d.C.

La Villa di Livia

Il complesso residenziale della Villa di Livia si articola in distinte zone funzionali: un settore privato, uno di rappresentanza con vasti ambienti disposti intorno al peristilio e il settore dedicato agli ospiti che ruota intorno ad una grande aula, edificata sopra il triclinio estivo con l’affresco a giardino. Sul lato meridionale della cisterna è collocato il frigidarium con due vasche per l’acqua fredda. Le indagini condotte dalla Soprintendenza Archeologica di Roma nel corso degli anni hanno permesso di mettere in luce il settore nord della villa, dove si trovano un complesso termale, una grande cisterna rettangolare e una serie di ambienti. A sud-est delle terme era un’area scoperta, probabilmente un peristilio, intorno al quale si dispongono vari ambienti con pavimento a mosaico in bianco e nero. Il corridoio conduce ad un atrio con impluvio; nell’angolo nord-est di questo si trova l’ingresso della villa, del quale ora si conserva la soglia in travertino. Un vestibolo mette in comunicazione una vasta area a giardino con una serie di vani disposti intorno ad un’area scoperta; qui si aprono due stanze da letto (cubicula). Un sistema di sostruzioni contraffortate in opera reticolata, alte fino a 14 metri, sostiene la villa nella parte prospiciente il Tevere, dove si trova un passaggio pedonale che collega la villa con la via Flaminia e la via Tiberina. Recenti scavi hanno individuato una fase di età flavia (I secolo d.C.), caratterizzata dalla presenza di due piscinae calidae e di una natatio, e una di età severiana. Una grande terrazza porticata ad U con giardino, probabilmente il lauretum ricordato dalle fonti, ornava il lato orientale della residenza imperiale. Nell’Antiquarium, posto presso l’ingresso dell’area archeologica, sono esposti i reperti più significativi rinvenuti nel sito.

L’area a nord di Roma lungo via Flaminia è nota fin dall’antichità come Saxa Rubra; secondo alcuni, gli antichi Romani chiamavano così le rocce vulcaniche di colore rossastro (perché ricche in ferro) qui visibili. Secondo altri, i Romani chiamavano Saxa Rubra “sassi rossi” perché le pietre del luogo erano state colorate di rosso dal sangue dei soldati caduti nella cruenta battaglia sostenuta dalle milizie di Costantino e di Massenzio nel 312. Tra via della Giustiniana e via della villa Livia si erge una piccola altura sulla quale sono visibili i resti deteriorati della Torre di Orlando che risalirebbe al XVI secolo (a destra).

Grottarossa e il ponte romano

Nell’ottobre 2008 a Roma, durante la costruzione di alcuni edifici sulla via Flaminia in località Due Ponti, nei pressi di Grottarossa, è stata rinvenuta la tomba di Marco Nonio Macrino, un generale romano dell’epoca dell’imperatore Marco Aurelio durante le guerre settentrionali contro Marcomanni, Quadi e sarmati Iazigi. Il rinvenimento del mausoleo funerario (a sinistra), a forma di tempietto, alto circa 15 metri e rivestito in marmo, fu edificato dal figlio di Macrino e ha suscitato l’attenzione dei media nazionali ed internazionali a causa di un fraintendimento delle parole degli archeologi che hanno paragonato la vita del generale a quella del personaggio “Massimo Decimo Meridio”, protagonista del film di Ridley Scott “Il gladiatore”, per somiglianza di carriera politico-militare e periodo storico di appartenenza. La notizia (errata) che venne diffusa parlò del rinvenimento della tomba del “Gladiatore” e che la vita dello stesso personaggio storico romano aveva ispirato il film americano. Nella realtà non fu Marco Nonio Macrino ad ispirare il personaggio di fantasia Massimo Decimo Meridio, e inoltre, sebbene sia il generale romano che il personaggio interpretato da Russell Crowe avessero agito nello stesso periodo e avessero caratteristiche comuni come l’essere graditi e ben conosciuti dall’Imperatore Marco Aurelio, il primo ebbe una carriera di successo e morì da benestante, il secondo invece perse la sua famiglia e venne ridotto in schiavitù.

L’ansa del Tevere ad est della vecchia stazione di Grottarossa accoglie su entrambi i lati dell’antico basolato una necropoli monumentale con due grandiosi mausolei di fine periodo repubblicano-inizi impero e una vasca circolare con appendici rettangolari contrapposte, forse una peschiera. Mentre la Flaminia vecchia costeggiava la parete dei Saxa Rubra, l’antica costeggiava il Tevere, conservata a fianco della linea ferroviaria per tutta la piana di Grottarossa fino alle Due Case: dei numerosi monumenti adiacenti rimane visibile soltanto al km 11, accanto ad un tratto del lastricato, parte di un edificio in laterizi con tracce di volta e di un piano superiore, mentre un piccolo sepolcro è stato scoperto nel 1990 sotto la nuova stazione della ferrovia.

In questa località esisteva anche un’antica stazione di posta (Mutatio ad Rubras), all’incirca all’IX miglio indicato dagli itinerari, forse sotto l’antico Casale di Grottarossa, per secoli adibito ad osteria, anche perché qui confliva sulla Flaminia la Veientana proveniente da Veio.

Sovrastato dai binari della Roma-Viterbo e dalla strada comunale, oscurato dalla sopraelevata che dal 1990 passa su Labaro, infine semi sepolto sotto chili di terra e di rifiuti, per decenni il ponte (a destra) attraverso il quale Augusto andava a trovare Livia nella magnifica villa Ad gallinas albas, a Prima Porta, è rimasto nell’ombra, invisibile ai passanti e seppellito dall’incuria. Oggi sono visibili le due arcate (una in travertino, d’età augustea; l’altra in laterizi, del III secolo d. C). Era stato il passante sulla Flaminia che, per secoli, ha permesso ai viandanti di scavalcare il fosso della Valchetta nel quale scorre il corso dell’antico Crémera che, da Veio, si getta nel Tevere.

Il Mausoleo “La Celsa”

Adiacente, a sud di Prima Porta, sorge l’area urbanizzata di Labaro (Zona LVII), che termina a ridosso del Grande Raccordo Anulare ed ospita più di 16.000 abitanti. La zona prende il nome a seguito di un evento curioso accaduto a Costantino quando, nella battaglia contro Massenzio, gli cadde di mano il “labarum”, stendardo militare che doveva precedere l’esercito in battaglia con le prime due lettere dell’alfabeto greco della parola Cristo [Chi (χ) e Rho (ρ)].

Sull’alto della rupe dei Saxa Rubra nei pressi di Labaro, lungo la via Flaminia, emerge un mausoleo con tumulo superiore di terra (detto tomba Celsa) collegato scenograficamente ad un’esedra ed a una cisterna, forse per realizzare una fontana monumentale (ninfeo); nel medioevo questo edificio fu adattato a fortezza, a controllo, con Castel Giubileo, della valle del Tevere alle porte di Roma. Poco oltre è un gruppo di tombe rupestri (I sec. a.C. – I sec. d.C.) con resti di decorazione parietale, loculi e nicchiette per la deposizione di urne cinerarie (colombari), attribuibili a servi o liberti della famiglia Ostoria a cui potrebbe riferirsi il grande mausoleo. Ancora oltre, è stato scoperto un imponente scarico di fornace con ceramica malcotta prodotta nei primi due secoli dell’impero, proveniente da un impianto artigianale attivo presso il Tevere. I reperti provenienti dall’area archeologica sono conservati nel Museo del casale Malborghetto, più a nord.

Casale di Malborghetto

Poco oltre il XIII miglio della Flaminia antica, oggi appena prima della Stazione di Sacrofano, si staglia la massa imponente del Casale di Malborghetto. L’edificio ha inglobato un arco quadrifronte del IV secolo d.C., posto a segnacolo dell’incrocio tra la Via Flamina e una strada di collegamento tra Veio e la Tiberina. Il tetrapylon, a pianta rettangolare, su quattro pilastri in laterizio, era coronato da un attico a copertura piana. La presenza di un arco onorario sulla Via Flaminia, databile al IV sec. d.C., è stata messa in relazione alla discesa delle truppe di Costantino da settentrione proprio lungo questa strada per opporsi a quelle dell’imperatore Massenzio. La tradizione cristiana vuole che Costantino, accampatosi in questo luogo, abbia visto al tramonto nel cielo il segno della croce e che “durante il sonno viene avvertito di far segnare sugli scudi il celeste segno di Dio e di dar battaglia”. Il giorno dopo, il 28 ottobre del 312, Costantino sbaragliava ai Saxa Rubra l’esercito del rivale e lo stesso Massenzio periva nelle acque del Tevere. A seguito di questa vittoria, nel 315, il Senato Romano fece erigere nell’Urbe l’arco bifronte presso il Colosseo e forse nel Suburbium quello di Malborghetto.

Nel corso del tempo l’arco ha subito numerose trasformazioni sia strutturali che funzionali. Nell’ XI sec. diventa chiesa fortificata dedicata alla Vergine e nel XIII viene inserito nella cinta muraria di un castrum, denominato dalle fonti Burgus S. Nicolai de arcu Virginis. Parte delle difese dello Stato Pontificio sino al XV, fu distrutto durante le lotte tra gli Orsini e i Sacrofanesi. Trasformato in casale e circondato dalle rovine del Borgo, prese da allora il nome di Malborghetto o Borghettaccio. Nel 1567 l’edificio venne restaurato dallo speziale (aromatarius) milanese Costantino Petrasanta e poi nel XVIII secolo adattato a Stazione di Mezza Posta. Mantenne questa funzione sino a quando Pio VI, collegando Civita Castellana alla via Cassia, soppresse il servizio postale lungo il tratto suburbano della via Flaminia. Tornato ad essere un semplice casale, solo nel 1982 entrò a far parte dei Beni del Demanio. Dopo un attenta opera di restauro ospita un Antiquarium con i ritrovamenti pertinenti alla Via Flaminia.


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