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Aikido e Osteopatia

Traduzione a cura di Marco Carboni

philippe-gouttardL’Osteopatia e l’Aikido sono due arti di contatto. Entrambe comprendono tecniche che ci permettono di rendere il corpo dell’altro più recettivo alle proprie sensazioni.
Osteopatia
è una parola che deriva dal greco osteo – tessuto, e patia – sentire.

Attraverso le mani cerchiamo di percepire come i diversi tessuti si mobilizzano tra loro. Proviamo quindi a riportarli allo stesso ritmo, al fine di restituire loro la maggiore mobilità possibile.

Lo stesso vale per l’Aikido, in cui noi proviamo ad eseguire le più grandi tecniche fra due partner che non hanno lo stesso ritmo. Aikido è una parola giapponese che può essere tradotta come armonia delle energie. C’è una punto in comune fra queste due arti: il rispetto dell’energia del corpo.

L’Osteopatia, al pari dell’Aikido, è un arte che deve riequilibrare il corpo, con l’ideale di donargli la libertà ed eliminare le tensioni, sia fisiche che mentali.

Mobilità
Una lesione osteopatica è un problema di mobilità. Un’articolazione è più mobile in un senso che in un altro. Non c’è una lesione nella struttura, ma nella mobilità. Tutta l’arte dell’Osteopatia sta nel rimettere in equilibrio l’articolazione che si sta toccando. È lo stesso per l’Aikidoka, che nella pratica tende a riequilibrare i corpi nei differenti piani dello spazio.

osteopatia2Movimento
Nell’Osteopatia o nell’Aikido, una tecnica ben riuscita consiste, una volta che le mani dell’osteopata o di tori (colui che esegue la tecnica; ndr) sono entrate in contatto con il paziente o con un uke (colui che riceve la tecnica; ndr), nel lasciarsi andare alla sensibilità in modo da riuscire a seguire i movimenti che il corpo dell’altro sviluppa.
Le mani di tori, così come le mani dell’osteopata, non dovranno essere niente più che il motore che lascia esprimere il corpo dell’altro e che deve stimolarlo per permettergli di svilupparsi, piuttosto che rinchiudersi per una azione mal pensata e mal interpretata.

Percezione
La nostra pratica consiste nell’evolversi attraverso la percezione del contatto. All’inizio è evidente che avremo un contatto poco preciso e pesante il quale, man mano che la pratica migliorerà, si trasformerà in un contatto sempre più sottile. Ma questo contatto, per poter essere compreso dal paziente o da uke, necessita che il partner venga educato a questa specifica forma di sensibilità. Ci pare anche evidente che l’osteopata, o il tori, debbano entrambi essere capaci di percepire, al momento del primo contatto, quello che il paziente è disposto ad accettare e quello che uke è capace di ricevere.

Anatomia
L’Osteopatia è un arte che che mira a riportare la mobilità nelle articolazioni, sia quelle ossee che quelle viscerali. Per fare questo è necessaria una buona conoscenza anatomica. È lo stesso per un insegnante di arti marziali: per mobilizzare il corpo di uno sconosciuto, è necessario conoscere come funziona il corpo e soprattutto come funzionano le articolazioni ossee.

shinAsse Cranio-Sacrale e Shin Kokyu
Uno dei numerosi punti in comune fra queste due arti è il rispetto della mobilità del corpo. Per poter essere libero, il corpo non deve avere costrizioni.
Esiste un movimento, indipendente dalla nostra volontà, che si snoda intorno all‘asse cranio-sacrale. In effetti, l’occipite e il sacro hanno un movimento di flessione e di estensione identici.
Mentre queste due ossa eseguono questo movimento di flessione (movimento attivo) le ossa periferiche trascinano con loro tutti gli organi con cui sono in contatto – muscoli e viscere – in un movimento di rotazione esterna. Ciò comporta una rotazione interna delle ossa periferiche quando l’occipite e il sacro, con un movimento di estensione, ritornano alla loro posizione di partenza (neutralità).
Possiamo fare un parallelo con l’Aikido quando effettuiamo il movimento di Shin Kokyu (a sinistra, ndr): durante l’inspirazione, il corpo tende a mettersi in apertura: rotazione esterna delle membra; quando espiriamo, il corpo naturalmente si mette in chiusura: rotazione interna.

Questi movimenti di rotazione, interna e esterna, si realizzano ogni volta che c’è una sutura, un’articolazione o un legame fra vari organi.
ushiroQuesti movimenti, indipendenti dalla nostra volontà, non possono essere fermati. È questo che dà la vita. Noi non siamo mai immobili, anche quando abbiamo l’impressione di non muoverci.
Se, per esempio, indossiamo un casco che è esattamente della grandezza della testa, nel giro di qualche minuto arriva il mal di testa, perché le ossa del nostro cranio – temporale, parietale e frontale – eseguono incessantemente le rotazioni esterna ed interna, mobilitandosi tra loro nei rispettivi assi; questo porta ad un aumento di diversi millimetri del diametro del cranio.

osteopatia4È lo stesso per la respirazione polmonare. Respiriamo grazie all’azione dei muscoli inspiratori, soprattutto il diaframma che, abbassandosi, apre la gabbia toracica che tende i polmoni facendo entrare l’aria negli alveoli polmonari.
Questo fenomeno è attivo in quanto volontario; l’espirazione è normalmente involontaria. Noi respiriamo con le due cinture scapolare e pelvica; è dunque importante mettere in parallelo la stessa qualità di movimento tra le membra superiori ed inferiori.

Nel corso del movimento Shin Kokyu ci occorre, per farlo bene, percepire lo stesso movimento di rotazione esterna e interna di tutte le membra superiori e inferiori.

Questa azione possiamo amplificarla nel corso dell’esercizio di ushiro ryote dori kokyu nage (a destra, ndr). Non facciamo altro che ripetere questi movimenti d’inspirazione e di espirazione forzati che si traducono a livello delle membra con rotazioni esterne: apertura del corpo, messa in estensione e, durante l’espirazione, chiusura del corpo con rotazioni interne. I due partner eseguono esattamente lo stesso movimento.

Intenzione
Un altro aspetto che unisce la nostra arte e l’Osteopatia è la nozione di intenzione. Quando realizziamo un movimento o una pratica osteopatica, le mani di tori o quelle dell’osteopata entrano in contatto con uke o con il paziente; ci sembra importante sviluppare questo concetto di intenzione.
Cosa tocchiamo? E a quale livello desideriamo portare l’energia?

Quando afferriamo il polso di un partner, la nostra mano percepisce innanzitutto i peli, quindi la pelle, quindi, se la stretta è più importante, sentiamo i muscoli e poi le ossa e, se afferriamo più forte, afferriamo noi stessi. Più la pressione della stretta è forte, più noi agiamo sul partner e meno possiamo percepire quello che è veramente capace di accettare.

osteopatia6In Osteopatia c’è una nozione molto importante sulla quale lavorare: quando si tocca il corpo di un paziente alla base del cranio, dovremmo riuscire a percepire tutte le tensioni che esistono nella totalità del suo corpo. Per una conoscenza perfetta dell’anatomia umana ci occorre fare una scansione del corpo del nostro paziente in armonia con l’intelletto (conoscenza anatomica perfetta) e le mani (percezione sempre infallibile); possiamo giocare su queste tensioni e nel tempo arrivare con la pratica e l’umiltà a ristabilire una certa mobilità.
È lo stesso per la parte del corpo che vogliamo raggiungere attraverso la presa. Su katate dori il fatto di afferrare il polso dovrebbe darci la possibilità di raggiungere qualsiasi parte del corpo del nostro partner. All’inizio, è ovvio che la nostra presa sarà sul punto ma, più la pratica andrà raffinandosi, più saremo capaci di mobilitare una parte del corpo lontana dalla presa.
nikyoEsiste per noi una “tecnica” che regola bene questa nozione: l’immobilizzazione. È quella che, attraverso i mezzi che l’Aikido ci dà, permette con un punto di contatto di mobilitare il partner nel suo insieme. Quando all’inizio vogliamo realizzare una tecnica, il partner soffre poiché lavoriamo soltanto su un punto; quando la pratica diventa migliore, arriviamo a mobilitare il corpo nella sua totalità con una sensazione di fare del bene e il dolore del partner non sarà più dolore su un punto.
Prendiamo come esempio Nikkyo (a destra, ndr), che è una tecnica considerata dolorosa quando non c’è controllo e intenzione pacifica. Effettivamente, quando effettuiamo questa tecnica, il partner è in una situazione in cui tutti i segmenti del braccio sono bloccati. Se non siamo capaci di percepire queste differenti tensioni, e di capire come uke possa muoversi naturalmente, il dolore sarà sentito da lui su una o due articolazioni. Se, invece arriviamo a considerare i vari gradi di mobilità, attraverso una presa “non automatica” potremo raggiungere il centro del partner e mobilitarlo senza causare questi dolori sul punto, che a lungo andare danno lesioni irrimediabili al polso, al gomito o alla spalla.

Colonna Vertebrale
osteopatiaUn ulteriore aspetto che collega queste due arti la comprensione di come si muove la colonna vertebrale. La colonna vertebrale è costituita da 32 vertebre divise in quattro segmenti dall’alto al basso: il rachide cervicale, dorsale, lombare e sacrale (a sinistra, ndr).
Ogni segmento ha una meccanica ben definita per permettere al corpo di effettuare tutti movimenti possibili con forza e soprattutto economia. Ogni segmento della colonna possiede vertebre con superfici articolari aventi forme e direzioni diverse che portano a libertà di movimento diverse.
Il segmento lombare permette la rotazione e l’inclinazione.
Il segmento dorsale permette la flessione.
Il rachide cervicale è il segmento più mobile del tronco.
È ovvio che questi tre segmenti si mobilitano nei tre piani dello spazio.

Esistono pertanto delle norme di biomeccanica da conoscere bene per comprendere come il nostro corpo si muove e soprattutto come far muovere il corpo di un partner o di un paziente quando la paura lo paralizza.
Queste sono le leggi di Fryette (1933) che permettono di comprendere la fisiologia delle vertebre. Prima di tutto un po’ di filogenesi (evoluzione della razza umana nel corso del tempo): una fase importante è stata il passaggio dalla quadrupedia alla posizione bipedica.
Il raddrizzamento dell’individuo è accompagnato da modifiche considerevoli sul piano delle curvature del rachide, in particolare sulla cancellazione, quindi l’inversione, della curvatura lombare. Il pronogrado presentava infatti curvature lombari e dorsali convesse posteriormente, la lordosi cervicale permette di orizzontalizzare lo sguardo. L’erezione del tronco ha esercitato il raddrizzamento, quindi l’inversione, della curvatura lombare.

Il rachide si trasforma anche nel corso dell’ontogenesi (evoluzione dell’uomo nel corso della propria vita). Alla nascita, il rachide lombare è convesso all’indietro. È soltanto verso l’età di 1 anno che arriva la capacità di stare seduto. Nel momento in cui le membra inferiori possono mantenere l’estensione in carico e si cammina senza aiuto, il rachide lombare diventa rettilineo. A partire dai tre anni prende forma una leggera lordosi lombare. La comparsa di questa lordosi appare per equilibrare un’inclinazione anteriore del bacino. La forma definitiva della lordosi sarà ottimale verso l’età di 10 anni. Quest’evoluzione è permanente e, nel corso di milioni di anni a venire, la statica evolverà considerevolmente.

Esistono tre leggi:

  • prima legge: In neutralità, al momento che il rachide si piega lateralmente, c’è una rotazione automatica dei corpi vertebrali nella convessità formata. Questo è dovuto alla differenza di pressione del disco intervertebrale e alle tensioni dei legamenti intervertebrali che impongono queste rotazioni.
  • seconda legge: In posizione d’iper-flessione o di estensione, quando le facce sono impegnate, una inclinazione laterale può prodursi soltanto se è preceduta da una rotazione nello stesso senso.
  • terza legge: Un movimento iniziale di un’articolazione vertebrale in uno dei piani dello spazio inibisce o diminuisce inevitabilmente la mobilità di quest’articolazione negli altri due piani dello spazio. Questo può tradursi con: più si mette in pendenza, nella flessione o nella rotazione, più gli altri movimenti saranno limitati.

Queste leggi sono, per noi, ben dimostrate quando, nel nostro Aikido, vogliamo fare subire al nostro partner il movimento di iriminage. Una volta effettuato il tai sabaki, afferriamo la nuca del partner per farle fare una rotazione ed una flessione (immagine a sinistra, ndr). Quando la tecnica non è ben fatta, uke si irrigidisce e resiste: non arriviamo dunque a mobilitarlo con armonia. Il gesto naturale per subire questa tecnica è difficile da apprendere.
C’è un’altra spiegazione per noi: non è uke che resiste, ma il fatto di mobilitarlo male all’interno di un movimento vertebrale naturale che va all’opposto della direzione voluta da tori. Noi non rispettiamo la fisiologia e le leggi vertebrali. Occorre innanzitutto realizzare una flessione del suo busto insieme ad una rotazione affinché l’inclinazione diventi naturale. Il resistere causerà un raddrizzamento del busto e la prima legge sarà realizzata, cioè un’inclinazione porterà una rotazione dei corpi vertebrali nella direzione opposta.

Mani e piedi
Facciamo anche un parallelo tra le mani ed i piedi. Possiamo dividere la mano in due parti: mano della forza, rappresentata dall’anulare e dal mignolo, e la mano della precisione, rappresentata dall’indice e dal medio. Non prendiamo in consideriamo il pollice, che partecipa a tutte le azioni.
La mano della forza ha per dito direttore il mignolo; è quello che trascina e che permette la presa più forte, poiché tra il pollice e il mignolo c’è la superficie di contatto più grande.
La mano della precisione ha per dito direttore l’indice, che è quello che dirige la mano quando scriviamo o effettuiamo un gesto preciso.
Ma per essere forte, la mano della forza deve essere precisa e per essere precisa, la mano della precisione deve essere forte.philippeIl piede è diviso in due parti: il lato esterno ultime tre dita, possiamo chiamarlo il piede della percezione e dal lato interno, le altre due dita, il secondo e l’alluce, abbiamo il piede della propulsione.
Quando utilizziamo la mano della forza come in “shomen uchi ikkyo” per parare l’attacco, il contatto è realizzato sul lato del mignolo (a destra, ndr), ed il peso del corpo è distribuito sul piede della percezione la linea esterna del piede. Quando terminiamo il movimento, sono le dita della precisione che terminano l’azione e, per avanzare, passiamo sulla linea interna dei piedi.
Per andare più lontano nella fisiologia, necessitiamo di passare dal piede della percezione al piede della propulsione e necessitiamo di passare dalla mano della forza alla mano della precisione. E’ quello che ci permette di respirare con i due attacchi che collegano al tronco da una parte le mani attraverso l’intermediario della cintura scapolare e dall’altra parte i piedi grazie alla cintura pelvica. Qualsiasi azione del corpo ha per scopo di favorire la respirazione polmonare, quindi di favorire la vita.
Alla mano della forza corrisponde il piede della percezione ed alla mano della precisione corrisponde il piede della propulsione.

Storia dei percorsi di vita
Dalla storia dell’Osteopatia e dell’Aikido appaiono similarità tra i loro due fondatori.
stillueshibaAndrew Taylor Still (a sinistra, ndr), il fondatore dell’Osteopatia nel 1870 e il MaestroUeshiba (a destra, ndr), il creatore dell’Aikido nel 1920, hanno seguito, per chi scrive, dei percorsi identici. Prima di definire la loro arte, hanno studiato molto altre pratiche: la medicina dell’epoca per il primo, e le diverse arti marziali per il secondo. Erano entrambi molto religiosi e mistici. Erano dotati di una manualità e di una percezione della natura fuori dal comune, che ha permesso loro di percepire il corpo dei loro pazienti e dei loro partner. Siamo certi che altre persone nella loro epoca avessero la stessa percezione e la stessa tecnica, ma loro, hanno saputo circondarsi di persone che hanno permesso l’espansione e lo sviluppo delle loro rispettive arti.
Essi avevano la mano, la percezione, ma non conoscevano tutte le tecniche ed i nomi moderni che lo studio e la ricerca hanno definito. Come in qualsiasi ricerca, i primi si esauriscono a stabilire le basi della loro arte e i discepoli, che non hanno da scoprire, hanno il tempo e l’energia per raffinare le tecniche e, con riscontri appropriati, di migliorarle.

Nel corso dell’apprendimento di chi scrive, molti insegnanti hanno citato frasi che hanno fatto molto riflettere.

Ci permettiamo di riportarle:

«quando nella foresta un albero cade, esiste il rumore se non c’è nessuno che lo può sentire?»

«quando vediamo un oggetto colorato, a chi appartiene il colore, all’oggetto o all’occhio?»

«la profezia dell’evento comporta l’avverarsi della profezia»

autori sconosciuti

Philippe Gouttarrd, 1 dicembre 2008

Originale in francese su www.aikido-gouttard.com